Allende, l’America Latina e le vie della modernizzazione

<<Per quanti concepiscono la storia come una competizione, l’arretratezza e la miseria dell’America Latina sono soltanto il risultato del fallimento. Abbiamo perso; altri hanno vinto. Ma sta di fatto che chi ha vinto, ha vinto perché noi abbiamo perso: la storia del sottosviluppo dell’America Latina è parte integrante della storia dello sviluppo del capitalismo mondiale>>.[1]

Con queste parole Edoardo Galeano, all’inizio del suo Le vene aperte dell’America Latina, ribaltava il principio interpretativo degli studi di area e dei teorici della modernizzazione, che prevedevano fondamentalmente un’unica via di sviluppo per le società cosiddette “sottosviluppate”, basata sul primato della classe media quale veicolo di stabilità, benessere, democrazia. Galeano certamente si inseriva nella cornice della teoria della dipendenza, che proprio nei decenni Sessanta-Settanta individuava nell’eredità del colonialismo e nel rapporto gerarchico centro-periferia la cifra della storia globale.

Giungeva poi alla sua personale conclusione che il sottosviluppo dell’America Latina non era una tappa verso la piena modernizzazione, né il risultato di un fallimento sociale e antropologico dei popoli del Cono Sud: il sottosviluppo come conseguenza di quel progetto di modernizzazione che, dall’indipendenza dell’Ottocento in poi, aveva di fatto mantenuto i sistemi economici e politici di quei paesi in una condizione di dipendenza permanente e strutturale.

Questa è anche una delle cause del ruolo privilegiato che i militari hanno sempre mantenuto sul lungo periodo nel subcontinente, più complesso però di quello di meri “cani da guardia degli interessi stranieri”: l’esercito ha sostituito per lungo tempo una classe dirigente assente e una classe media limitata alla borghesia di cultura fortemente conservatrice e autoritaria. Questo ha fatto sì che svolgesse una tripla funzione: veicolo di ascesa sociale, o quanto meno di uscita dalla miseria, per le classi popolari; struttura di ordine di fronte alle fasi di instabilità politica e, come nel caso cileno, questo ha significato l’attribuzione del ruolo storico di difesa di quelli che erano considerati gli interessi economici nazionali; agente della nazionalizzazione e della modernizzazione.

Giorgio Galli, nel suo classico ripubblicato dieci anni fa, Democrazia e pensiero militare, a proposito del populismo militare sud americano cita lo studio Mario Sznajder: <<Il populismo può essere considerato come un fenomeno politico moderno che risponde ai problemi innescati dalla modernizzazione. Tra le altre caratteristiche peculiari del populismo latino-americano bisogna annoverare il suo presentarsi come reazione e come valido sostituto dei vecchi regimi oligarchici o liberali a partecipazione ristretta.>>[2] I colpi di stato degli anni Sessanta-Ottanta (con la importante e significativa premessa del golpe contro Arbenz in Guatemala nel 1957) hanno rappresentato anche una tappa dei processi di nazionalizzazione delle masse sudamericane, la <<conclusione incompleta di una biografia incompleta>>[3], dove però l’antico rapporto di dipendenza veniva ora inserito in una cornice economica nuova, quella neoliberale che proprio le giunte militari di Pinochet in Cile e Videla in Argentina applicarono su vasta scala, come modello applicato poi dagli altri regimi della regione[4]. Questa “conclusione incompleta” ha lasciato delle contraddizioni e delle profonde disfunzioni nelle società latinoamericane, oltre che nella stessa cultura nazionale, nel senso comune e nelle limitazioni strutturali delle democrazie del dopogiunta.

Da questo punto di vista, dunque, lo studio storico dell’esperienza politica del governo di Unidad Popular e Salvador Allende ha un significato in più oltre a quelli che abbiamo già richiamato in altri approfondimenti su questo sito: apre una crepa nell’interpretazione unilineare dello sviluppo e della modernizzazione. I nodi principali su cui si è giocata la battaglia politica di Allende sono stati sicuramente il rame e la terra, portandosi dietro le nazionalizzazioni, l’istituzione della cosiddetta proprietà sociale e la promozione di organismi di autogoverno.

Per quanto riguarda le risorse naturali e la riforma agraria, Allende proseguì e radicalizzò quanto già avviato dal suo predecessore, il democristiano Eduardo Frei, che dal ’64 al ’70 aveva introdotto la partecipazione statale alla proprietà del rame, legalizzato la sindacalizzazione dei contadini e promulgato una prima redistribuzione dei terreni incolti degli immensi latifondi cileni, con l’obiettivo di creare un ceto di piccoli proprietari terrieri. La particolarità del programma del governo popolare era quello di innestare elementi di rivoluzione sociale all’interno della cornice legale e costituzionale del 1925.

<<Il nostro è un processo rivoluzionario che avanzerà fino a trasformarsi naturalmente in una rivoluzione. Vogliamo ottenere questo risultato attraverso il pluralismo, la democrazia, la libertà. In Cile, secondo l’impegno preso davanti al paese, rispettiamo i confini stabili dalla borghesia, utilizziamo le sue leggi, assicuriamo la presenza dei lavoratori nella amministrazione pubblica, realizziamo riforme di struttura, e giorno dopo giorno avanziamo verso la costruzione di una società più giusta. Siamo un governo di transizione. Il Cile è ancora un paese capitalista. Sbaglia chi lo considera già un paese socialista. Il popolo ha conquistato il governo ma non il potere>>.[5]

Così parlava Salvador Allende nell’aprile 1972, per chiarire l’obiettivo storico del suo governo: impostare la direzione di una modernizzazione alternativa rispetto a quella prefissata dalla teoria dello sviluppo e anche dal marxismo ortodosso di cui era portatore, nella coalizione di governo, soprattutto il Partito comunista. Gli strumenti costruiti da UP furono la proprietà sociale, i comandos comunali e i cordones industriali: l’obiettivo era quello di istituire, legalmente, accanto alle strutture già previste dalla legge aree e organismi di controllo e decisione dei lavoratori, contadini e operai soprattutto, sul piano del potere politico ed economico. Principale sostenitore dell’accelerazione nel processo di trasferimento dei poteri era il MIR di Miguel Enriquez, che soprattutto nelle campagne radicalizzò lo scontro per l’esproprio e la collettivizzazione delle terre; ma i miristas trovavano un loro alleato, oltre che nel MAPU, anche nella sinistra del Partito socialista, da sempre sensibile a posizioni rivoluzionarie. Il termine con cui in generale l’ala sinistra del movimento popolare, sia dentro che fuori UP, indicava questo processo era il “poder popular”, secondo le indicazioni dello stesso Allende.

Fino al paro patronal (lo “sciopero padronale”) dell’ottobre ’72, paradossalmente anche la Democrazia cristiana aveva aperto a una proposta di legge che prevedesse l’autogestione delle fabbriche, in mano a comitati misti governo-lavoratori-industriali. Dopo la sconfitta del fronte padronale, venne l’indurimento dei rapporti e la tensione si alzò per tutto l’anno successivo, fino al golpe di settembre.

Ma accanto a queste misure più radicali, il programma di governo era scandito dai famosi 40 punti enunciati da Allende durante la campagna elettorale del ’70, il cui significato ci è stato ben spiegato David Muñoz, uno dei protagonisti del nostro progetto:

<<Perché sembra che bisogna sempre parlare di massimi sistemi e cose grandi, ma il programma di Allende voleva dire cose molto semplici all’apparenza, ma che nessuno ci aveva mai dato: il mezzo litro di latte a tutti i bambini; ambulatori medici gratuiti in tutte le zone del Cile, anche le più povere; il fatto che le scuole pubbliche avessero il materiale per scrivere sulle lavagne o i palloni per fare attività sportiva…e aprire altre scuole! Nella mia zona [regione rurale di Temuco, NDR] i bambini, i ragazzi di un villaggio dove non c’era la scuola dovevano incamminarsi per strade sterrate prima dell’alba per arrivare in tempo in classe, e poi tornare indietro.

Allende ha cambiato tutto questo, così come la sindacalizzazione dei contadini: io facevo parte per il Partito socialista della commissione di Unidad Popular che doveva incontrare braccianti e campesinos che nascevano, vivevano e morivano dentro gli immensi latifondi, controllati da padroni razzisti e violenti. Fino ad Allende nessun funzionario governativo era andato a dire a quella gente che avevano dei diritti e che valevano come il loro padrone…e questi ci guardavano in silenzio, senza capire cosa gli stavamo dicendo…>>[6]

La reazione a queste cose semplici e rivoluzionarie insieme fu estremamente violenta. Tuttavia riaprire queste memorie e riscoprire quei tre anni aiuta a comprendere, senza mitologie e con ragionamento storico-scientifico, che la condizione di forte “ritardo” nella modernizzazione del Cile come di altri paesi latinoamericani è più che altro il risultato di una dipendenza che non si voleva modificare. La via della modernizzazione per il Cono Sud prevedeva il sottosviluppo, l’alternativa è stata repressa ma questo non significa che non fosse (e non sia) possibile e reale.

[1] E. Galeano, Le vene aperte dell’America Latina, p. 4, Sperling & Kupfer Editori 1997

[2] G. Galli, Democrazia e pensiero militare, p. 33, Libreria editrice goriziana 2008

[3] Ibidem, p. 26

[4] V. D. Harvey, Breve storia del neoliberismo, Il Saggiatore 2007 e AAVV, “El Ladrillo”. Bases de la politica economica del gobierno militar chileno, Centro de Estudios Publicos 1992

[5] C. Corghi, M. Fini, Nuovo Cile: una lotta per il socialismo, Feltrinelli 1973

[6] Intervista realizzata il 25/05/2018

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