<<Per quanti concepiscono la storia come una competizione, l’arretratezza e la miseria dell’America Latina sono soltanto il risultato del fallimento. Abbiamo perso; altri hanno vinto. Ma sta di fatto che chi ha vinto, ha vinto perché noi abbiamo perso: la storia del sottosviluppo dell’America Latina è parte integrante della storia dello sviluppo del capitalismo mondiale>>.[1]

Con queste parole Edoardo Galeano, all’inizio del suo Le vene aperte dell’America Latina, ribaltava il principio interpretativo degli studi di area e dei teorici della modernizzazione, che prevedevano fondamentalmente un’unica via di sviluppo per le società cosiddette “sottosviluppate”, basata sul primato della classe media quale veicolo di stabilità, benessere, democrazia. Galeano certamente si inseriva nella cornice della teoria della dipendenza, che proprio nei decenni Sessanta-Settanta individuava nell’eredità del colonialismo e nel rapporto gerarchico centro-periferia la cifra della storia globale.

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Lo storico della cultura Henry Louis Gates ha scritto: Le persone capiscono sé stesse e il mondo attraverso narrazioni – racconti trasmessi da insegnanti, giornalisti, ‘autorità’ e altri produttori di senso comune. E usano contro-narrazioni per contestare quella realtà dominante e i presupposti su cui si regge.[1]
In questi tempi di rigurgiti reazionari che impongono, anche e soprattutto a chi lavora con la Storia, di prendere parola pubblica, in cui il neo ministro degli Interni, Matteo Salvini, dichiara guerra a profughi e rifugiati, riteniamo che questa storia potesse servire proprio in tal senso.

Lucy, “Mecha”, “Mono”, David sono quattro esponenti di almeno tre generazioni e oltre 1 milioni di cileni che hanno conosciuto l’esilio politico e la condizione di rifugiati.
Loro, che hanno dovuto abbandonare il proprio paese, le famiglie, gli studi e il lavoro, per ripartire da zero in un paese che sì li ha accolti (come oggi non farebbe mai), ma dove la fatica (materiale e psicologica) dell’esilio l’hanno pagata con il proprio sudore.

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Il nostro non è un lavoro che nasce dal nulla: in America Latina in particolare la storia orale ha avuto uno sviluppo importante negli ultimi trent’anni, che corrispondono grosso modo alla fase di transizione e uscita di molti paesi del Cono Sud dalla “lunga notte” delle dittature militari. Gli storici del continente “desaparecido” hanno infatti contribuito in modo decisivo alla costruzione di un nuovo campo di studi denominato historia reciente[1], “storia recente”, concetto che si affianca molto bene a quello di public history ma soprattutto all’area più d’avanguardia (audace, “spericolata” per certi versi) dei contemporaneisti anche qui da noi, in Italia ed Europa.

Mentre in Occidente si proclamava a gran voce la “fine della Storia”, nei contesti sudamericani che affrontavano l’uscita dalla “riconquista coloniale[2] per mano militare durante la Guerra Fredda invece si concepiva la Storia come immediatamente presente e necessaria non solo per comprendere il passato recente, ma anche e soprattutto per guidare le scelte di collettività nazionali traumatizzate da una ferocia senza eguali per scientificità e razionalità di Stato.

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Molto volentieri riprendiamo un articolo scritto da Roberto Brambilla, ispanista e appassionato di calcio, pubblicato l’11 settembre 2013 su sport.sky.it, in occasione del 40° anniversario del golpe militare contro Allende. Di fascismo e resistenze alla giunta.

Per chi ama le curiosità del calcio Carlos Humberto Caszely è “solo” il primo giocatore a cui venne mostrato un cartellino rosso ai Mondiali. Per i cileni sopra i 50 anni quest’uomo con i baffoni invece è un mito. Bandiera del Colo Colo, squadra più titolata del Paese, colonna e trascinatore della Nazionale. Ma per chi l’11 settembre 1973, quarant’anni fa, viveva il golpe di Augusto Pinochet dalla parte del governo di Salvador Allende, il baffuto attaccante è stato un eroe. Ecco la sua storia.

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Il caso Brzovic-Palma è uno dei più controversi del Cile del dopo-giunta e della transizione. Entrambi militanti del Frente Patriotico Manuel Rodriguez (FPMR) dagli anni Ottanta, fanno parte della generazione di giovani cresciuta sotto la dittatura militare e che ha partecipato ai movimenti di opposizione sociale ai militari, prima, e alla resistenza armata dopo. La maggioranza dei combattenti non ha potuto godere in democrazia di nessuna amnistia. Come tutti i paesi che hanno vissuto una transizione alla democrazia realizzata all’interno della cornice giuridico-istituzionale della dittatura, anche il Cile ha conosciuto un’inevitabile lotta residuale di resistenza contro le impunità.

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