Rifugio umanitario per la famiglia Brzovic-Palma in Francia

Il caso Brzovic-Palma è uno dei più controversi del Cile del dopo-giunta e della transizione. Entrambi militanti del Frente Patriotico Manuel Rodriguez (FPMR) dagli anni Ottanta, fanno parte della generazione di giovani cresciuta sotto la dittatura militare e che ha partecipato ai movimenti di opposizione sociale ai militari, prima, e alla resistenza armata dopo. La maggioranza dei combattenti non ha potuto godere in democrazia di nessuna amnistia. Come tutti i paesi che hanno vissuto una transizione alla democrazia realizzata all’interno della cornice giuridico-istituzionale della dittatura, anche il Cile ha conosciuto un’inevitabile lotta residuale di resistenza contro le impunità.

Ricardo Palma, in particolare, è accusato dell’omicidio di Jaime Guzmàn (giurista autore della Costituzione pinochetista del 1980, considerato uno degli ideologi del regime militare) avvenuto l’1 aprile 1991; mentre Silvia Brzovic del sequestro di Christian Edwards del Rio, rampollo della ricca famiglia proprietaria del quotidiano di estrema destra “El Mercurio”, sostenitore del golpe del 1973 e della dittatura. Palma, dopo essere stato arrestato nel 1992, evade dal carcere di Santiago del Cile nel 1996 durante l’operazione “Vuelo de Justicia”, assieme ad altri militanti del FPMR. Da allora, Silvia Brzovic e Ricardo Palma hanno vissuto fuori dal loro paese in clandestinità. Adesso si sono presentati in Francia dopo 21 anni di latitanza, assieme ai loro figli, chiedendo asilo politico. Riportiamo di seguito il testo tradotto della petizione pubblica lanciata in queste settimane nella cornice della campagna internazionale perché la Francia conceda il rifugio umanitario e neghi l’estradizione richiesta dal governo cileno. Crediamo non servano altre spiegazione sul perché ospitiamo questo contributo all’interno del nostro progetto di public history.

Dichiarazione Pubblica del Comitato a favore dell’Asilo in Francia della Famiglia Palma Brzovic

Silvia Brzovic e Ricardo Palma hanno fatto parte della lotta antifascista contro la dittatura di Pinochet durante gli anni Ottanta, decidendo di rischiare la loro gioventù e, ancora più importante, le loro vite in uno scontro con il regime militare per gli ideali di giustizia e libertà. Fecero propri i principi della stessa Rivoluzione Francese riconoscendo in quelli l’essere agenti gestori e articolatori del “legittimo diritto alla ribellione” (Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino – 24 giugno 1793).

Nel mese di giugno del 2017, Silvia e Ricardo, insieme ai loro figli, sono arrivati in Francia con l’obiettivo di cercare rifugio politico –asilo. È stata una decisione presa coscientemente e che cercava, tra le altre cose, di mettere al sicuro la famiglia dalla persecuzione che avrebbe potuto soffrire in Messico dopo 21 anni di clandestinità.

In Francia hanno trovato l’appoggio legale necessario per rendere effettiva la richiesta di asilo. Sia al momento di entrare nel paese sia quando si sono presentati volontariamente di fronte alle autorità francesi lo hanno fatto con le loro vere identità.

La Francia offre garanzie di giustizia e di protezione a chi richiede lo status di rifugiato per cause umanitarie. Possiede all’interno del suo quadro giuridico politiche permanenti di tutela e appoggio a chi  viene accolto sotto questa condizione, dal momento che ha sottoscritto diversi accordi sul trattamento dei rifugiati o degli apolidi come lo Statuto dei Rifugiati del 1951 e il relativo protocollo di New York del 1967, la Convenzione sullo Status dei Rifugiati del 1951, Il Trattato di Lisbona, il Protocollo del 1967 sullo Status dei Rifugiati, la Convenzione contro la tortura e altri trattamenti o pene crudeli, disumane e degradanti (1984), la Dichiarazione sull’Asilo Territoriale, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nella sua risoluzione 2312 (XXII), del 14 dicembre del 1967,  etc.

Rispetto alla richiesta di asilo presentata da Ricardo e Silvia, si deve considerare specialmente il contesto storico-politico in cui si realizzò il processo in Cile durante gli anni novanta: Pinochet continuava ad essere il Comandante in Capo dell’Esercito e tutti i suoi apparati repressivi erano intatti e operativi.  Alcuni dei suoi agenti passarono a essere addirittura impiegati della nuova amministrazione statale della democrazia. Tutto ciò protetto sul piano giuridico della Costituzione del 1980, la stessa che avevano elaborato gli ideologi della dittatura, quella che portava con sé l’utilizzo viziato e idiota della Legge Antiterrorista, risorsa legale rifiutata dagli organismi dei Diritti Umani nazionali e internazionali, e che fu usata contro Ricardo e altri attivisti sociali.

I fatti di cui vengono accusati Ricardo e Silvia sono conseguenza della lotta contro la dittatura; nonostante fosse un periodo di transizione da un governo de facto a un governo democratico, i diritti e i progressi di questa incipiente democrazia erano condizionati, sotto la sorveglianza e l’occhio tutore dei militari, gli stessi che solo mesi prima erano gli incaricati della repressione in Cile. E parallelamente già si imponeva tristemente la logica di fare “giustizia nei limiti del possibile” (Patricio Alwin, 1990), che supponeva proteggere e concedere l’immunità a coloro che avevano violato i diritti umani di tanti cittadini cileni.

Non c’è stato un processo di pace nel mondo, sia questo formale o informale, che non abbia portato con sé uno scontro residuo, e a questo scenario dovette far fronte la società cilena degli anni 90. Di fatto, tra il 1989 e il 1999, in piena “democrazia”, morirono quasi 50 persone collegate alla resistenza contro la dittatura.

Le violazioni permanenti dei diritti umani che soffrirono i detenuti per lottare contro la dittatura, e che sono stati inseriti nel Rapporto CAS (Carcere di Alta Sicurezza) elaborato dal Centro di Salute mentale e Diritti umani (CINTRAS) nel luglio del 1994, come nel Rapporto di Amnesty International Cile “Torture dal marzo 1990” (AMR 22/03/91/s) nel settembre 1991, dove compare il caso di Ricardo Palma Salamanca, sono la più seria testimonianza di quello che questi combattenti soffrirono.

Le coercizioni fisiche illegittime (tortura) che soffri Ricardo durante la sua detenzione per essersi negato a firmare la “dichiarazione extragiudiziale”, l’utilizzo della Legge Antiterrorista, il trattamento degradante e disumano durante il periodo in carcere, sono un promemoria sul Cile degli anni 90.

Oggi aggiungiamo a questi precedenti la prescrizione dei crimini di cui è accusato Ricardo, dopo oltre 20 anni di assenza dal nostro paese (Codice Civile Articolo 2492); la situazione di insicurezza a cui entrambi si vedrebbero esposti in Cile rispetto alle condizioni carcerarie attuali (Rapporto dell’Arcivescovado, Corte Suprema y INDH, ONU tra gli altri), la visione viziata e parziale della UDI e del Giudice Carroza nel presentare come argomentazione che questo è un crimine internazionale e per questo imprescrittibile, parlano alla luce del sole della sete di vendetta che muove questo processo. Tutti questi dati e precedenti sono motivo e cause sufficienti per richiedere l’asilo politico e affinché venga autorizzata la sua permanenza in Francia nella condizione di rifugiato. Richiediamo che per ragioni umanitarie gli venga concesso l’asilo politici in tempi brevi.

La situazione di Silvia e Ricardo in Francia è stabile ma precaria, non hanno lavori remunerati o mezzi per gestire la loro sopravvivenza; nonostante questo, possono contare su una rete di sostegno di familiari e amici, solidarietà che gli permette di risolvere la sopravvivenza minima. Hanno già preso provvedimenti per regolarizzare la loro situazione, come ad esempio cercare educazione per i loro figli, studiare la lingua nativa per una più rapida e migliore integrazione, ottenere un lavoro, tra le altre cose; “ciò che è necessario” per fare una vita “normale”, anche se, per l’attuale stato delle cose non possono accedere a lavori formali.

A partire da tutti i fatti descritti si sono creati comitati di sostegno in Cile, Francia e in altri paesi dell’America Latina e dell’Europa. In Cile il comitato è stato organizzato da ex studenti della scuola superiore degli anni 80 (COEM, Pro-Feses y Feses), amici e compagni di militanza di Ricardo. Esistono già comunicati pubblici di questi comitati, tali come la petizione di firme di appoggio dalla Francia, su change.org, e siti su Facebook in Cile, Spagna e Germania. Si può contare anche su un piano di lavoro locale che ha come obiettivo la diffusione del sostegno all’asilo e raccogliere fondi che permettano di risolvere la loro permanenza in Francia per qualche tempo.

Ci piacerebbe avere i nostri amici a casa, poterli abbracciare e aiutare a recuperare e ricostruire dignitosamente le loro vite ma il Cile di oggi non offre garanzie per questo ritorno. È aberrante che un cileno che lottò contro l’oppressione e per la libertà non possa vivere nel suo paese, lo sappiamo, ma nonostante li vogliamo indietro, sentiamo che loro avranno un futuro migliore e più sicurezza nel difficile cammino verso la legalizzazione e la normalizzazione delle loro vite in un paese come la Francia.

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