Proseguiamo con la seconda testimonianza gappista, dopo quella di Manuel Cortés: a parlarci è Miguel Farìas, mirista e giovane militante del “Grupo de Amigos Personales” del Presidente Allende. 

Testimonianza di Miguel Farìas, nome di battaglia “Eugenio”:

Sono stato orgoglioso di aver conosciuto Patàn, anche se molto più tardi, perché, come ha detto, avevamo altri nomi – io ero “Eugenio” – , non ho mai ricordo di averlo visto in quel periodo. Ero un giovane che non era della scorta, ma proveniva dal Dispositivo di sicurezza presidenziale. Il Dispositivo aveva gambe diverse, dipartimenti diversi, aree diverse, autisti operativi, sicurezza, armamenti, CI, cioè Contro Intelligence, la guardia personale. Ero un giovane del quartiere Barrancas, oggi Pudahuel, del distretto di Estrella, a Santiago. Un giovanotto molto irrequieto di 13 anni e di 14 o 15 anni, penso per sempre con un cuore rosso e nero. Sono sempre stato un Mirista [militante del MIR] e continuerò ad esserlo.

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La strada della concertazione e dell’olvido è spiegabile storicamente considerando una serie di fattori: la forza politica della destra, dei militari, delle istituzioni plasmate dal regime e la parallela debolezza dell’opposizione; la “gabbia istituzionale” costruita e garantita dalla Costituzione; l’incapacità di riorganizzazione politica che 17 anni di Terrore di Stato hanno prodotto sulla società, profondamente segnata dalla paura e caratterizzata dalla volontà di oblio; la cultura politica della nuova classe dirigente, sostenitrice della necessità di accordo e negoziazione in nome della riconciliazione nazionale, considerata l’unica strada per ricostruire e consolidare la democrazia.

Soffermiamoci un momento su quest’ultimo punto in relazione al secondo importante momento nella costruzione della verità ufficiale cilena sugli anni della dittatura militare: l’ordine di cattura internazionale emesso nel 1998 dai giudici spagnoli Baltasar Garzòn e Manuel Garcìa Castellòn contro Pinochet, mentre questi si trovava a Londra per motivi medici. I due giudici, infatti, avevano accolto l’anno prima la denuncia presentata dalla Uniòn Progresista de Fiscales – UPF (associazione di magistrati progressisti), per l’omicidio di cittadini spagnoli in Cile, aprendo così un’inchiesta per genocidio e terrorismo contro l’ex dittatore.

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Molto volentieri riprendiamo un articolo scritto da Roberto Brambilla, ispanista e appassionato di calcio, pubblicato l’11 settembre 2013 su sport.sky.it, in occasione del 40° anniversario del golpe militare contro Allende. Di fascismo e resistenze alla giunta.

Per chi ama le curiosità del calcio Carlos Humberto Caszely è “solo” il primo giocatore a cui venne mostrato un cartellino rosso ai Mondiali. Per i cileni sopra i 50 anni quest’uomo con i baffoni invece è un mito. Bandiera del Colo Colo, squadra più titolata del Paese, colonna e trascinatore della Nazionale. Ma per chi l’11 settembre 1973, quarant’anni fa, viveva il golpe di Augusto Pinochet dalla parte del governo di Salvador Allende, il baffuto attaccante è stato un eroe. Ecco la sua storia.

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Molto volentieri vi proponiamo un articolo scritto da Guillermo Correa, compagno cileno esule in Italia, sulla testimonianza dei combattenti dimenticati dell’11 settembre 1973. L’iniziativa si è inserita nell’ambito del XII Festival del cinema sociale e dei diritti umani. Racconti di vita e militanti che sono al tempo stesso fonte orale per la storiografia e denuncia politica dell’attuale “pacto de l’olvido” egemone in Cile. Un punto di vista affine alla nostra idea di public history. Data la lunghezza pubblicheremo il contenuto in 2 parti: iniziamo con la testimonianza del gappista Manuel Cortés.

Con un omaggio ai combattenti che hanno resistito al colpo di stato dell’11 settembre 1973, è stata inaugurata la versione XII del Festival del cinema sociale e dei diritti umani. Questi compagni sono rimasti anonimi perché la storia ufficiale, quella raccontata dalle élite al potere che hanno effettuato una uscita negoziata dalla dittatura civico-militare, è stata incaricata di lasciarli nell’oblio.

Questo intervento, venerdì 7 settembre, è stato inquadrato nella commemorazione del 45 ° anniversario del colpo di stato. Il Collettivo Film Forum ha invitato due membri del GAP, il dispositivo di sicurezza del Presidente della Repubblica Salvador Allende, i compagni Manuel Cortés e Miguel Farias, noti in quel momento per i loro nomi politici e di battaglia, “Patán” e “Eugenio”. Alle 19:00 è iniziata la cerimonia in cui entrambi hanno fornito testimonianze che hanno permesso di apprendere una parte della loro vita e, allo stesso tempo, hanno riportato alcuni episodi relativi specificamente a quello che è successo martedì 11 settembre. Francisco Marin, giornalista, è stato il moderatore di questi interventi, rendendo anche noto il suo parere sulla morte di Salvador Allende, il prodotto di un’indagine giornalistica esaustiva e dell’analisi scientifica dei fatti portata avanti dal perito forense Luis Ravanal, tesi che è stata pubblicata nel libro “Allende: non mi arrendo”, dove afferma che la morte del Presidente, catalogata dalla storia ufficiale come un suicidio, obbedirebbe ad un’operazione di assemblaggio.

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<<Per quanti concepiscono la storia come una competizione, l’arretratezza e la miseria dell’America Latina sono soltanto il risultato del fallimento. Abbiamo perso; altri hanno vinto. Ma sta di fatto che chi ha vinto, ha vinto perché noi abbiamo perso: la storia del sottosviluppo dell’America Latina è parte integrante della storia dello sviluppo del capitalismo mondiale>>.[1]

Con queste parole Edoardo Galeano, all’inizio del suo Le vene aperte dell’America Latina, ribaltava il principio interpretativo degli studi di area e dei teorici della modernizzazione, che prevedevano fondamentalmente un’unica via di sviluppo per le società cosiddette “sottosviluppate”, basata sul primato della classe media quale veicolo di stabilità, benessere, democrazia. Galeano certamente si inseriva nella cornice della teoria della dipendenza, che proprio nei decenni Sessanta-Settanta individuava nell’eredità del colonialismo e nel rapporto gerarchico centro-periferia la cifra della storia globale.

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