Chilean refugees in Italy. Interpreting difficult heritage through collaborative practices

Lunedì 3 giugno abbiamo partecipato alla conferenza internazionale “Heritage Dot” organizzata dalla University of Lincoln, su tema: difficult heritage e digital humanities. La Lincoln è polo universitario e di studio all’avanguardia sui temi della storia orale, della conservazione e organizzazione della memoria nell’epoca digitale; soprattutto la sua rete internazionale di ricerca e produzione storica si concentra su due macro-aree di intervento: il tema delle memorie divise e del passato irrisolto (la difficult heritage, appunto); i modi in cui la rivoluzione digitale ha trasformato e continua a trasformare, oltre che il piano comunicativo, di preservazione e trasmissione, soprattutto l’antropologia stessa delle nostre società. “Digital isn’t about technologies, it’s about human”.

Molti i panel di discussione e le ricerche presentate. Tra queste, anche “Sopra il vostro settembre” è stato accolto all’interno della discussione “Divided memories”, assieme all’altro eccellente lavoro di Laboratorio Lapsus sul corso didattico online sulla deportazione nella Seconda guerra mondiale, realizzato assieme ad ANED, e alla presentazione di digitalizzazione dell’IBCC (International Bomber Command Center), che ha sede proprio a Lincoln.

Cosa è successo alla memoria cilena? Perché e come hanno fallito le commissioni verità e giustizia del 1990 e del 2003? Come la oral history e la public history si incontrano nella “Historia reciente” per liberare la memoria e fare giustizia nei tribunali nazionali? A queste domande abbiamo cercato di rispondere con il nostro intervento, che riportiamo, e nel dibattito seguito alla presentazione.

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Venezuela da oggi a ieri. Una prospettiva storica sulla crisi venezuelana

I nodi irrisolti del chavismo

Non ci sembra inutile, come già abbiamo fatto per quanto riguarda altri paesi dell’America Latina, un tentativo di dare una prospettiva storica all’attuale crisi venezuelana. Anzitutto per un motivo forse politico ma anche eminentemente storico: il Venezuela di Chavez ieri e di Maduro oggi viene utilizzato come metro di paragone oggi per giudicare come “fallimentare” qualsiasi alternativa all’ordine neoliberale che le dittature militari degli anni Settanta-Ottanta hanno imposto nel continente. Ciò che le democrazie della transizione avevano mantenuto, i governi progressisti e rivoluzionari, che nel decennio 1999 (vittoria di Chavez in Venezuela) – 2009 (golpe in Honduras) hanno conquistato per via elettorale l’egemonia continentale, hanno radicalmente messo in discussione, insieme alla sua premessa imprescindibile: la dottrina Monroe statunitense.

Motivo eminentemente storico, dicevamo: nel giudizio euroccidentale sul chavismo e il Venezuela c’è il tipico errore di chi legge nel tempo presente da un lato l’esito già scritto, secondo una sorta di determinismo storico per cui non poteva andare diversamente; dall’altro lato considerano il presente il finale della vicenda, mentre invece la partita è ancora tutta aperta e gli scenari possibili molteplici. In secondo luogo, l’errore che anche gli stessi “chavisti duri e puri” commettono è semplificare la complessa storia venezuelana, dividendola in una sorta di “prima di Chavez” e “dopo Chavez”, negando appunto le contraddizioni del quindicennio chavista e la crisi sociale aperta dal 2013 con Maduro, ignorando che né la destra né la sinistra venezuelana (Chavez compreso) vengono dal nulla.

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La questione della memoria e dell’uso politico della Storia nell’Argentina di oggi

Molto volentieri ospitiamo questo contributo di Angelo Zaccaria, militante politico e profondo conoscitore del contesto latinoamericano, in particolare quelli venezuelano e argentino. Per meglio comprendere il tema della lotta politica attuale e dell’uso politico della Storia.
Lo scontro sulla questione della memoria storica e dell’uso politico di essa, vive nell’Argentina di oggi una attualità più bruciante che altrove.
I motivi sono essenzialmente due. Partiamo dal primo.

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Bolsonaro presidente: una tragedia per il Brasile, un salto nel vuoto per la regione

Proseguiamo il dibattito e la riflessione sul risultato delle elezioni brasiliane, con questo articolo di Dario Clemente (giovane ricercatore e militante, ormai radicatosi in Argentina) pubblicato originariamente su http://rrii.flacso.org.ar/bolsonaro-presidente/.

Per vedere il primo contributo di Elio Catania: Bolsonaro, la destra latinoamericana e i conti aperti con il passato.

Il 27 ottobre, alla vigilia del secondo turno presidenziale in Brasile, l’architetto principale della mega-investigazione “Lava Jato”, l’ex procuratore generale della repubblica Rodrigo Janot, ha espresso il suo voto per il candidato del Partito dei Lavoratori (PT) Haddad, “contro l’intolleranza “. Quest’ultima, inaspettata, dichiarazione si aggiungeva ad altre che, nei giorni e nelle settimane precedenti, avevano confermato il posizionamento di gran parte dello spettro politico moderato se non a favore di Haddad, almeno contro l’ex capitano dell’esercito Jair Messias Bolsonaro e il suo discorso razzista, machista e omofobico. D’altro canto invece il protagonista assoluto dell’indagine, il giudice federale Sergio Moro, che ha mostrato simpatia per la candidatura di Bolsonaro, a tal punto da essere stato scelto come nuovo ministro della Giustizia già nelle ore successive al voto.

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Bolsonaro, la destra latinoamericana e i conti aperti col passato

Contesto politico e produzione storica

Il nostro è un progetto di ricerca storica che però, come già raccontato più volte, si intreccia con quella corrente della storiografia latinoamericana che due storiche argentine hanno definito historia reciente[1]. In quanto tale, la storia orale riflette e studia le conseguenze di lungo periodo delle dittature militari che hanno investito la regione fin dagli anni Trenta del secolo scorso. Sebbene relative a momenti storici differenti, la modernizzazione militare rappresenta comunque un elemento centrale nella genesi dello Stato e della società in America Latina.

Lo Stato-nazione latinoamericano ha una genealogia diversa da quella europea, come ci ricorda Anìbal Quijano. Qui non si registrò <<l’omogeneizzazione della popolazione in termini di esperienze storiche comuni>> né la democratizzazione di una società che potesse esprimersi in uno Stato democratico; le relazioni sociali si formarono sulla base del colonialismo del potere, fondato sull’idea di razza, che divenne il fattore fondamentale della costruzione dello Stato-nazione. <<La struttura del potere è stata ed è ancora organizzata sopra e attorno all’asse coloniale. La costruzione della nazione e soprattutto dello Stato-nazione è stata concettualizzata e realizzata contro la maggioranza della nazione, in questo caso gli indigeni, i neri e i meticci.>>[2]

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