Molto volentieri ospitiamo questo contributo di Angelo Zaccaria, militante politico e profondo conoscitore del contesto latinoamericano, in particolare quelli venezuelano e argentino. Per meglio comprendere il tema della lotta politica attuale e dell’uso politico della Storia.
Lo scontro sulla questione della memoria storica e dell’uso politico di essa, vive nell’Argentina di oggi una attualità più bruciante che altrove.
I motivi sono essenzialmente due. Partiamo dal primo.

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Contesto politico e produzione storica

Il nostro è un progetto di ricerca storica che però, come già raccontato più volte, si intreccia con quella corrente della storiografia latinoamericana che due storiche argentine hanno definito historia reciente[1]. In quanto tale, la storia orale riflette e studia le conseguenze di lungo periodo delle dittature militari che hanno investito la regione fin dagli anni Trenta del secolo scorso. Sebbene relative a momenti storici differenti, la modernizzazione militare rappresenta comunque un elemento centrale nella genesi dello Stato e della società in America Latina.

Lo Stato-nazione latinoamericano ha una genealogia diversa da quella europea, come ci ricorda Anìbal Quijano. Qui non si registrò <<l’omogeneizzazione della popolazione in termini di esperienze storiche comuni>> né la democratizzazione di una società che potesse esprimersi in uno Stato democratico; le relazioni sociali si formarono sulla base del colonialismo del potere, fondato sull’idea di razza, che divenne il fattore fondamentale della costruzione dello Stato-nazione. <<La struttura del potere è stata ed è ancora organizzata sopra e attorno all’asse coloniale. La costruzione della nazione e soprattutto dello Stato-nazione è stata concettualizzata e realizzata contro la maggioranza della nazione, in questo caso gli indigeni, i neri e i meticci.>>[2]

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<<Per quanti concepiscono la storia come una competizione, l’arretratezza e la miseria dell’America Latina sono soltanto il risultato del fallimento. Abbiamo perso; altri hanno vinto. Ma sta di fatto che chi ha vinto, ha vinto perché noi abbiamo perso: la storia del sottosviluppo dell’America Latina è parte integrante della storia dello sviluppo del capitalismo mondiale>>.[1]

Con queste parole Edoardo Galeano, all’inizio del suo Le vene aperte dell’America Latina, ribaltava il principio interpretativo degli studi di area e dei teorici della modernizzazione, che prevedevano fondamentalmente un’unica via di sviluppo per le società cosiddette “sottosviluppate”, basata sul primato della classe media quale veicolo di stabilità, benessere, democrazia. Galeano certamente si inseriva nella cornice della teoria della dipendenza, che proprio nei decenni Sessanta-Settanta individuava nell’eredità del colonialismo e nel rapporto gerarchico centro-periferia la cifra della storia globale.

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Proseguiamo il dibattito e la riflessione sul risultato delle elezioni brasiliane, con questo articolo di Dario Clemente (giovane ricercatore e militante, ormai radicatosi in Argentina) pubblicato originariamente su http://rrii.flacso.org.ar/bolsonaro-presidente/.

Per vedere il primo contributo di Elio Catania: Bolsonaro, la destra latinoamericana e i conti aperti con il passato.

Il 27 ottobre, alla vigilia del secondo turno presidenziale in Brasile, l’architetto principale della mega-investigazione “Lava Jato”, l’ex procuratore generale della repubblica Rodrigo Janot, ha espresso il suo voto per il candidato del Partito dei Lavoratori (PT) Haddad, “contro l’intolleranza “. Quest’ultima, inaspettata, dichiarazione si aggiungeva ad altre che, nei giorni e nelle settimane precedenti, avevano confermato il posizionamento di gran parte dello spettro politico moderato se non a favore di Haddad, almeno contro l’ex capitano dell’esercito Jair Messias Bolsonaro e il suo discorso razzista, machista e omofobico. D’altro canto invece il protagonista assoluto dell’indagine, il giudice federale Sergio Moro, che ha mostrato simpatia per la candidatura di Bolsonaro, a tal punto da essere stato scelto come nuovo ministro della Giustizia già nelle ore successive al voto.

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Molto volentieri vi proponiamo un articolo scritto da Guillermo Correa, compagno cileno esule in Italia, sulla testimonianza dei combattenti dimenticati dell’11 settembre 1973. L’iniziativa si è inserita nell’ambito del XII Festival del cinema sociale e dei diritti umani. Racconti di vita e militanti che sono al tempo stesso fonte orale per la storiografia e denuncia politica dell’attuale “pacto de l’olvido” egemone in Cile. Un punto di vista affine alla nostra idea di public history. Data la lunghezza pubblicheremo il contenuto in 2 parti: iniziamo con la testimonianza del gappista Manuel Cortés.

Con un omaggio ai combattenti che hanno resistito al colpo di stato dell’11 settembre 1973, è stata inaugurata la versione XII del Festival del cinema sociale e dei diritti umani. Questi compagni sono rimasti anonimi perché la storia ufficiale, quella raccontata dalle élite al potere che hanno effettuato una uscita negoziata dalla dittatura civico-militare, è stata incaricata di lasciarli nell’oblio.

Questo intervento, venerdì 7 settembre, è stato inquadrato nella commemorazione del 45 ° anniversario del colpo di stato. Il Collettivo Film Forum ha invitato due membri del GAP, il dispositivo di sicurezza del Presidente della Repubblica Salvador Allende, i compagni Manuel Cortés e Miguel Farias, noti in quel momento per i loro nomi politici e di battaglia, “Patán” e “Eugenio”. Alle 19:00 è iniziata la cerimonia in cui entrambi hanno fornito testimonianze che hanno permesso di apprendere una parte della loro vita e, allo stesso tempo, hanno riportato alcuni episodi relativi specificamente a quello che è successo martedì 11 settembre. Francisco Marin, giornalista, è stato il moderatore di questi interventi, rendendo anche noto il suo parere sulla morte di Salvador Allende, il prodotto di un’indagine giornalistica esaustiva e dell’analisi scientifica dei fatti portata avanti dal perito forense Luis Ravanal, tesi che è stata pubblicata nel libro “Allende: non mi arrendo”, dove afferma che la morte del Presidente, catalogata dalla storia ufficiale come un suicidio, obbedirebbe ad un’operazione di assemblaggio.

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